La Sindrome di Stoccolma

La sindrome di stoccolmaLa Sindrome di Stoccolma prende il nome dalla città omonima presso la quale a seguito del rapimento di alcune persone, gli ostaggi manifestarono, dopo la liberazione, dei sentimenti positivi verso i criminali, sentendosi in debito per la gentilezza e la generosità dimostrate.

Tale sindrome non viene considerata un vero e proprio disturbo, bensì un insieme di attivazioni emotive e comportamentali peculiari nel funzionamento di alcuni soggetti sottoposti a eventi particolarmente traumatici, come un rapimento o una lunga serie di abusi fisici e mentali.

Il legame emotivo con l’aggressore rappresenti una vera e propria strategia di sopravvivenza messa in atto dalla vittima. Due sono i meccanismi di difesa chiamati in causa: la regressione e l’ identificazione. Regressione nell’acquisizione di comportamenti quasi infantili che stimolino l’accudimento e la cura da parte dell’unico individuo che porta cibo e acqua e che è responsabile dell’integrità dell’ostaggio. E identificazione, poiché  essa consente di superare il conflitto della dualità  bisogno/avversione che si avverte verso il sequestratore e permette di rendere più sopportabile e meno sconvolgente l’approccio con una realtà che, vista senza distorsioni, sarebbe difficilmente sostenibile. Diventare l’altro, per non essere un Sé in grave pericolo. Si è visto che, l’aguzzino, sovente finisce per rispondere a queste dinamiche divenendo meno ostile e aggressivo.

Non  vi è correlazione diretta fra l’atto di violenza e il manifestarsi della sindrome e generalmente si sviluppa in soggetti con personalità non ben strutturate, poco solide, come quelle di un bimbo o di un adolescente.

Sono stati rilevati tre fattori maggiormente predittivi nello sviluppo della sindrome:

1) I soggetti devono percepire un imminente minaccia all’integrità fisica e psicologica e mantenere per un determinato periodo di tempo la credenza che l’aggressore potrebbe realizzarla in qualunque momento;

2) Alternanza di comportamenti minacciosi e piccole gentilezze o concessioni. Da sottolineare come i soggetti intervistati riportino spesso di aver percepito come forma di gentilezza la semplice mancanza di violenza fisica o psicologica; in questo senso, la differenza che intercorre fra le peggiori fantasie delle vittime e la realtà oggettiva, prepara il terreno per lo sviluppo di sentimenti positivi verso l’aggressore.

3) Forte vissuto di impotenza relativo a possibilità di fuga. Se liberarsi autonomamente non è possibile, le risorse cognitive si focalizzano sull’evitare che nel qui e ora si verifichino eventi temuti; le vittime tendono dunque a mantenere un atteggiamento docile e remissivo al quale seguono feed-back positivi da parte dell’altro rinforzando così il circolo.

Risulta necessario sottolineare come gli effetti della Sindrome coinvolgano anche gli aggressori, che finiscono per sviluppare sentimenti positivi verso le vittime.

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