Winnicott, l’area transizionale, il gioco e lo psicodramma analitico

Sulla spiaggia di mondi senza fine,
i bambini giocano.
Tagore

Con questa citazione D.W. Winnicott apre uno dei capitoli più suggestivi del suo libro “Gioco e realtà”. Egli spiega che questo verso del poeta Tagore lo ha sempre affascinato: “nella mia adolescenza non avevo idea di ciò che volesse dire, ma trovò posto in me, e la sua impronta non è svanita.” Di seguito l’Autore propone una serie di interpretazioni del significato del verso, che egli lega alle sue esperienze analitiche: “il mare e la spiaggia rappresentano infiniti rapporti tra uomo e donna, e il bambino emerge da questa unione ed ha un breve momento prima di diventare a sua volta adulto e genitore (…) Il mare è la madre e sulla riva del mare il bambino nasce (…) la spiaggia è il corpo della madre dopo che il bambino è nato e la madre e il bambino, ora vivo, vanno conoscendosi l’un l’altro.” Nel prosieguo degli anni, continua Winnicott, venne sempre più al centro della sua attenzione la complessa questione del rapporto bambino-genitore: le osservazioni cliniche e le riflessioni teoriche portarono l’Autore a concludere che “il gioco non è di fatto una questione di realtà interna, e neppure una questione di realtà esterna (…) se il gioco non è né al di dentro né al di fuori, dov’è?” Possiamo dire che questa domanda può essere posta al centro dell’intero pensiero e delle appassionate riflessioni cliniche di Winnicott.

Egli così spiega il nucleo centrale della sua idea: “Io ho asserito che quando noi assistiamo all’impiego che fa un bambino di un oggetto transizionale, il primo processo di un non-me, noi assistiamo al tempo stesso al primo uso che fa il bambino di un simbolo e alla prima esperienza di gioco (…) L’oggetto è un simbolo della unione del bambino e della madre e può essere localizzato nel luogo, in termini di spazio e di tempo, in cui la madre è in transizione dall’essere, nella mente del bambino, fusa col bambino, all’essere per contro vissuta come un oggetto che viene percepito piuttosto che concepito. L’uso di un oggetto simbolizza l’unione delle due cose ora separate, il bambino e la madre, al punto, in termini di spazio e di tempo, in cui ha inizio il loro stato di separazione.”

L’ipotesi originale di Winnicott appare per la prima volta in un articolo del 1953, dove egli osserva che “la maggior parte delle madri danno ai loro bambini qualche oggetto speciale e si aspettano che essi divengano assuefatti a tali oggetti.” Si tratta, osserva l’Autore, di un processo che in realtà appare legato alle prime attività della mano nella bocca, che in seguito possono portare all’attaccamento ad un orsacchiotto, ad una bambola, ad un giocattolo soffice o ad uno duro. Winnicott parla di “oggetti transizionali” riferendosi ad essi, e di “fenomeni transizionali” per designare questa area intermedia di esperienza tra tra la realtà interna e la vita esterna. Si tratta di una illusione che viene concessa al bambino e che è parte intrinseca dell’arte e della religione, per diventare marchio di follia quando un adulto “pone un eccesso di richieste alla credulità degli altri costringendoli a condividere un’illusione che non è quella loro.” L’osservazione infantile porta speso a notare il fenomeno per cui il bambino si lega ad un oggetto o ad un comportamento il cui uso diventa di importanza vitale, per esempio, al momento di andare a dormire, e che si configura come una difesa contro l’angoscia, soprattutto quella di tipo depressivo. “Forse questo oggetto è stato trovato ed usato dal bambino e questo diventa allora quello che io chiamo oggetto transizionale. Questo oggetto diventa sempre più importante. I genitori vanno accorgendosi del suo valore e lo portano con sé quando viaggiano. La madre lo lascia diventare sporco e anche puzzolente, sapendo che lavandolo introdurrebbe una rottura nella continuità dell’esperienza del bambino, rottura che può distruggere il significato ed il valore dell’oggetto. (…) Il bisogno di un oggetto specifico o di un modello di comportamento che abbia avuto inizio assai precocemente può ricomparire ad una età successiva, quando vi sia una minaccia di privazione. (…) Non appena il bambino incomincia ad usare suoni organizzati può comparire una parola per indicare l’oggetto transizionale. (…) qualche volta non c’è alcun oggetto transizionale, eccetto la madre stessa.”

Sommario delle qualità speciali del rapporto:

  1. Il bambino assume diritti sull’oggetto, e noi conveniamo su questo assunto. Tuttavia una qualche abrogazione dell’onnipotenza è una caratteristica fin dall’inizio.
  2. L’oggetto è trattato con affetto, e al tempo stesso amato con eccitamento e mutilato.
  3. Non deve mai cambiare, a meno che non venga cambiato dal bambino.
  4. Deve sopravvivere all’amore istintuale, ed anche all’odio, e se questo fosse una caratteristica, alla pura aggressività.
  5. Al bambino deve sembrare tuttavia che l’oggetto dia calore, o si muova, o che abbia un suo tessuto, o che faccia qualcosa che provi l’esistenza di una sua propria vitalità o realtà.
  6. Proviene dall’esterno secondo il nostro punto di vista, ma non secondo quello del bambino. Né viene dall’interno; non è una allucinazione.
  7. Il suo destino è che gli venga gradualmente concesso di essere disinvestito di cariche, in modo che nel corso degli anni non diventa tanto dimenticato quanto, piuttosto, relegato nel limbo. Non viene dimenticato e non viene rimpianto. Perde valore e ciò è per via del fatto che i fenomeni transizionali si sono diffusi, si sono sparsi sull’intero territorio intermedio tra la realtà psichica interna e il mondo esterno come viene percepito tra due persone in comune, vale a dire sull’intero campo culturale.

Winnicott esplicita e precisa il suo pensiero dicendo che “questi fenomeni che hanno la loro realtà in quell’area di cui sto postulando l’esistenza appartengono all’esperienza di entrare in rapporto con gli oggetti.” Con questo l’Autore vuole sottolineare l’importanza dell’ambiente nello sviluppo psichico dei piccoli della specie Sapiens, in particolare della presenza della madre, sottolineando più volte nel testo citato che non si può parlare del bambino “da solo” ma che va sempre presa in considerazione la diade “madre-bambino”.

“Il luogo in cui l’esperienza culturale è ubicata è lo spazio potenziale tra l’individuo e l’ambiente. Lo stesso può dirsi del gioco. L’esperienza culturale comincia con il vivere in modo creativo, ciò che in primo luogo si manifesta nel gioco. Per ogni singolo individuo l’uso di questo spazio è determinato dalle esperienze di vita che hanno luogo nei primi stadi di esistenza dell’individuo. Fin dall’inizio il bambino ha esperienze estremamente intense nello spazio potenziale tra l’oggetto soggettivo e l’oggetto percepito oggettivamente, tra le estensioni-del-me e il non-me. Questo spazio potenziale è al punto di azione reciproca tra il non esserci altro che il me e l’esserci oggetti e fenomeni al di fuori del controllo onnipotente. Ciascun bambino ha qui la propria esperienza positiva o negativa. La dipendenza è estrema. Lo spazio potenziale ha luogo soltanto in rapporto ad un sentimento di fiducia da parte del bambino, vale a dire fiducia relativa all’attendibilità della figura materna o degli elementi ambientali, essendo la fiducia la prova della attendibilità che viene gradualmente introiettata. Al fine di studiare il gioco e in seguito la vita culturale dell’individuo, si deve studiare il destino dello spazio potenziale che esiste tra ogni singolo bambino e la figura materna umana (e pertanto fallibile) che è essenzialmente capace di adattarsi grazie al suo amore.”

Si arriva così alle implicazioni più interessanti del pensiero di Winnicott.

“Per il gioco creativo e per l’esperienza culturale, fino ai suoi sviluppi più sofisticati, la posizione è lo spazio potenziale tra il bambino e la madre. Mi riferisco all’area ipotetica che esiste (ma può anche non esistere) tra il bambino e l’oggetto (madre o parte della madre) durante la fase del ripudio dell’oggetto come non-me, vale a dire quando finisce di essere fuso con l’oggetto. Dallo stato di fusione con la madre il bambino si trova nello stadio in cui separa la madre dal sé, e la madre sta diminuendo il suo grado di adattamento ai bisogni del bambino.” La madre sufficientemente buona, come la definisce Winnicott, proprio in virtù di questo limite, permetterà gradualmente al bambino di scoprire la sua autonomia. In realtà, osserva acutamente l’Autore, dietro a tutto ciò si nasconde un paradosso, che egli visivamente rappresenta con l’immagine di due oggetti legati da un laccio: questi due oggetti si possono definire paradossalmente uniti e nello stesso tempo come separati dal laccio. Winnicott sostiene che questo è un paradosso che bisogna semplicemente accettare senza cercare di risolverlo e che anzi è proprio l’accettazione di questo paradosso che permette l’instaurarsi di una complicità tacita tra il bambino e l’adulto.

“Si potrebbe dire che con gli esseri umani non vi può essere alcuna separazione, ma solo una minaccia di separazione (…) Nell’esperienza di vita del bambino, in realtà nella relazione con la madre o con la figura materna, si sviluppa di solito un grado di fiducia nella attendibilità della madre (…) In altre parole l’amore della madre non significa solo andare incontro ai bisogni di dipendenza, ma viene a significare offrire l’opportunità al bambino di muoversi dalla dipendenza verso l’autonomia (…) Là dove c’è fiducia o attendibilità, vi è uno spazio potenziale che può diventare un’area infinita di separazione che il lattante, il bambino, l’adolescente, l’adulto possono creativamente colmare con il gioco, che con il tempo diventa il godimento della eredità culturale.”

Così potremmo riassumere la situazione di sviluppo ipotizzata da Winnicott:

–    la madre si adatta ai bisogni del suo bambino lattante e del suo bambino più grande che va gradualmente maturando nella personalità e nel carattere, e questo adattamento le dà un grado di attendibilità;

–    l’esperienza che fa il lattante di questa attendibilità per un periodo di tempo determina nel bambino molto piccolo e nel bambino più grande un senso di fiducia nella madre e nelle altre persone, rendendo possibile un separarsi del non-me dal me;

–    al tempo stesso, tuttavia, si può dire che la separazione è evitata perché viene colmato lo spazio potenziale col giocare creativo, con l’uso dei simboli, e con tutto ciò che, praticamente, porta a una vita culturale.

Dove si sviluppa per Winnicott la patologia?

“Vi è in molti una mancanza di fiducia che blocca la capacità di gioco personale a causa della limitazione dello spazio potenziale; così pure c’è per molti una povertà di gioco e di vita culturale perché, per quanto una persona abbia posto dentro di sé per l’erudizione, vi è stato un relativo venir meno da parte di coloro che costituiscono il mondo personale del bambino, nell’introdurre gli elementi culturali durante le fasi appropriate dello sviluppo della personalità.”

La prima necessità, allora, è di proteggere il rapporto bambino-genitore nelle prime fasi dello sviluppo affinché possa verificarsi l’esistenza dello spazio potenziale in cui, grazie alla fiducia, il bambino è in grado di giocare creativamente. La seconda necessità è, per coloro che si occupano dei bambini a tutte le età, di essere pronti a porre ciascun bambino in rapporto con gli elementi appropriati dell’eredità culturale a seconda della capacità del singolo bambino e della sua età emozionale, e della fase di sviluppo.

Il discorso fin qui fatto sul pensiero di Winnicott si lega alla tecnica dello Psicodramma Analitico attraverso il concetto di area transizionale. Dice E.B.Croce: “da Winnicott abbiamo soprattutto raccolto il suo concetto di area transizionale”. In realtà vi è un passaggio di derivazione complesso, che transita attraverso il pensiero di J. Lacan. Sempre E.B.Croce: “secondo Lacan, si può dire che il bambino inizi a parlare non quando dice che il cane fa “bau-bau” e il gatto fa “miao”, come gli ha insegnato la mamma, ma proprio quando sceglie di dire il contrario e cioè che è il cane a fare “miao” e il gatto a fare “bau-bau”. In altri termini, è attraverso una fiction che ha tutta l’aria di un gioco o di una sfida scherzosa, che il cucciolo di uomo si fa strada nell’universo del linguaggio, esibendo i segni di una capacità di disidentificazione e di assunzione personale, e relativamente originale, di quanto gli preesiste da molto tempo prima della sua nascita (grammatica, sintassi, vocabolario, buon senso, istituzioni…).” Riguardo al discorso della creatività, in accordo con Winnicott, sostiene E.B.Croce: “la creatività non consiste nella produzione più o meno intenzionale o coatta di novità, ma nella possibilità di cogliere, godere, valorizzare gli aspetti più vitali e vitalizzanti delle forme nuove o antiche che si sono materializzate attraverso la nostra attività personale o che possiamo cogliere nella produzione altrui.”

“Il gioco psicodrammatico prende vita da ciò che è stato verbalizzato nella seduta, trasportandolo in un altro tempo e in un altro spazio rispetto al resto della seduta stessa con frequenti metamorfosi dei soggetti dell’enunciato che tendono a riprendere la funzione di soggetti dell’enunciazione, esprimendosi con il discorso diretto e con il tempo presente. Infatti il materiale evocato ed enunciato verbalmente si fa strada, attraverso catene molteplici e, magari, discordi, ma non si può identificare con una successione di enunciati pronti a confluire naturalmente in una rappresentazione poiché il gioco vi opera come un dispositivo di trasformazione (magari catastrofica) del racconto a più voci. A questo punto si determina una specie di scollamento tra i diversi miraggi identificatori e il soggetto si trova confrontato a qualcosa di impossibile che si può definire reale, come si è detto, in quanto lo mette in modo perentorio di fronte alla propria impotenza e alla propria incapacità di rappresentare in modo soddisfacente e compiuto ciò che è attualmente assente. Si tratta di un dispositivo che nasce dall’ascolto di chi ha la direzione della cura, in questo caso lo psicodrammatista. E, pertanto, nel suo sorgere si oppone, come un fatto nuovo, un fatto “prescelto”, al fluire del discorso della seduta nel suo immediato ed estemporaneo presentarsi. In questo modo il discorso della seduta mette in circolazione ogni frase, non tanto perché vi sia analizzata nel senso classico della parola, ma perché si possa scegliere la catena significante che va montata, trasformandola in gioco come si monta un motore, un riflettore, un qualunque congegno capace di potenziare le doti caratteristiche di un apparato o di promuovere e orientare le possibilità di cambiamento, in direzione della verità, pur sapendo che questa è sempre irraggiungibile.”

Bibliografia

Donald W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma 1999.

Elena B. Croce, Il volo della farfalla, Borla, Roma 1990.

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